Fonte principale: Parlamento Europeo — Piccoli reattori nucleari: il PE chiede una strategia UE. Version française
Il calore generato dalla fissione nel nucleo è trasferito per convezione naturale al generatore di vapore integrato nella vasca, senza pompe attive. Il vapore aziona la turbina esterna che produce elettricità.
L’11 dicembre 2023 il Parlamento europeo, riunito in plenaria a Strasburgo, ha adottato con 409 voti a favore, 173 contrari e 31 astensioni la relazione sui piccoli reattori nucleari, a prima firma dell’eurodeputato sloveno del PPE Franc Bogovič. Il Parlamento chiede una specifica strategia industriale globale per lo sviluppo dei piccoli reattori modulari (SMR — Small Modular Reactors) nell’Unione europea.
Questo articolo non intende essere neutro. Sono convinto, come ecologista e come cittadino europeo, che il rifiuto pregiudiziale del nucleare abbia impoverito il dibattito sulla transizione energetica, lasciando nelle mani di chi vuole continuare a bruciare gas e carbone un argomento prezioso. Gli SMR non sono la soluzione unica alla crisi climatica, ma possono essere uno strumento importante all’interno di un sistema energetico decarbonizzato.
I piccoli reattori modulari sono reattori nucleari a fissione di dimensioni ridotte rispetto alle centrali tradizionali su scala gigawatt. La loro potenza è compresa tra 10 e 300 megawatt elettrici (MWe), contro i 1.000–1.600 MWe delle grandi centrali convenzionali. La caratteristica che li distingue è la costruzione modulare in stabilimento: i componenti vengono fabbricati in serie, certificati e poi trasportati sul sito di installazione, dove vengono assemblati. Questo approccio riduce i tempi di cantiere, abbassa il rischio di sforamento dei costi e permette di adattare la potenza installata alla domanda locale, aggiungendo moduli progressivamente.
Dal punto di vista tecnico esistono diverse famiglie di reattori: ad acqua pressurizzata (PWR), a neutroni veloci, raffreddati a gas, a sali fusi. La maggior parte dei progetti commercialmente più avanzati si basa però su tecnologia PWR, cioè la stessa delle centrali convenzionali, ma in scala ridotta e con sistemi di sicurezza passiva migliorati.
Viviamo una contraddizione profonda: l’urgenza climatica impone di abbandonare rapidamente i combustibili fossili, ma le fonti rinnovabili, pur in forte crescita, restano intermittenti. L’eolico non produce quando non c’è vento; il fotovoltaico si ferma di notte e rende meno in inverno. La rete europea ha bisogno di una capacità di base (baseload) decarbonizzata, disponibile 24 ore su 24, capace di compensare queste intermittenze.
Il gas naturale ha svolto per decenni questo ruolo di supporto alle rinnovabili. La guerra di aggressione russa contro l’Ucraina ha mostrato in modo brutale quanto fosse pericoloso affidarsi a questa fonte per la sicurezza energetica europea. Gli SMR possono diventare quella spalla decarbonizzata che il gas non può più essere, se l’Europa decide davvero di investirci.
Sarebbe disonesto non citare anche le criticità. La prima è che la maggior parte degli SMR commerciali non è ancora operativa: ci troviamo in una fase di transizione tra prototipi dimostrativi e produzione industriale. Il BWRX‑300 di GE‑Hitachi, il Nuward di EDF, che Edison intende installare in Italia, e i progetti di Newcleo con reattori a piombo liquido sono tutti sviluppi promettenti, ma nessuno è ancora in produzione di serie.
La seconda sfida è regolatoria. Il quadro normativo europeo per la sicurezza nucleare non è stato pensato per reattori modulari costruiti in fabbrica e installati in più siti. Armonizzare le procedure di autorizzazione a livello UE è un prerequisito per rendere economicamente sostenibile la produzione in serie. La terza questione riguarda i rifiuti radioattivi: nessun Paese europeo ha ancora un deposito definitivo per le scorie ad alta attività. Non è un problema specifico degli SMR, ma è un debito che prima o poi dovrà essere saldato.
Rispetto alle grandi centrali nucleari convenzionali, gli SMR presentano caratteristiche intrinseche di sicurezza superiori. I sistemi di raffreddamento passivi funzionano per convezione naturale, senza pompe alimentate elettricamente: in caso di emergenza, il reattore si spegne per fisica, non per intervento umano. La massa termica ridotta e la minore pressione operativa limitano inoltre la quantità di energia potenzialmente rilasciabile in caso di incidente.
| Caratteristica | Centrale convenzionale | SMR |
|---|---|---|
| Potenza elettrica | 1.000–1.600 MWe | 10–300 MWe |
| Costruzione | In cantiere, 10–20 anni | In fabbrica, 3–5 anni |
| Sicurezza passiva | Sistemi attivi (pompe, backup) | Convezione naturale |
| Impronta territoriale | Grande (zona esclusione ampia) | Ridotta, adatta ad aree industriali |
| Emissioni CO₂ (ciclo vita) | ~12 gCO₂/kWh | ~6–12 gCO₂/kWh |
| Rifiuti radioattivi | Volume elevato | Volume inferiore (per MWh) |
Dal punto di vista delle emissioni, il nucleare — compreso quello degli SMR — si colloca nella stessa fascia del fotovoltaico e dell’eolico se si considera il ciclo di vita completo: estrazione delle materie prime, costruzione, esercizio e smantellamento. Parliamo di circa 6–12 gCO₂/kWh. La differenza con i combustibili fossili è enorme: il gas emette circa 490 gCO₂/kWh e il carbone oltre 800. I Paesi che hanno mantenuto una quota significativa di nucleare, come Francia e Finlandia, hanno emissioni per kWh tra le più basse d’Europa. Questo dato non può essere ignorato.
La modularità consente inoltre di installare gli SMR in aree industriali già esistenti, con un’impronta territoriale e una zona di esclusione molto più ridotte rispetto alle grandi centrali. Questo li rende adatti anche a contesti in cui l’uso di grandi impianti nucleari tradizionali non è possibile: regioni remote, reti elettriche isolate, distretti industriali ad alta domanda termica.
Sono iscritto a Europa Verde/EELV. So che questa posizione è minoritaria nel movimento ambientalista europeo, ancora segnato dai traumi di Chernobyl e Fukushima. Ma credo che il dogma anti‑nucleare sia diventato un lusso che non possiamo più permetterci. I cambiamenti climatici uccidono oggi, non in modo spettacolare come un incidente nucleare, ma lentamente e inesorabilmente, su scala planetaria.
La transizione energetica è troppo urgente e troppo complessa per essere affrontata con dogmi ideologici. Gli SMR non sono un alibi per ritardare le rinnovabili: sono un complemento necessario. Sperare di raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 affidandosi alle sole rinnovabili è una scommessa rischiosa, che potrebbe lasciarci dipendenti dal gas ancora per trent’anni. Gli SMR sono una delle poche carte che possiamo giocare per evitarlo. Fingere che non esistano non rende la transizione più sicura: la rende soltanto più fragile.
— R.D.B., giugno 2026